La preistoria e le età dei metalli
La coltivazione dell’ulivo e la trasformazione dei pendii in terrazzamenti, oggi particolarmente apprezzati per l’indubbia bellezza, hanno tuttavia distrutto o nascosto ogni traccia del paesaggio naturale e degli insediamenti precedenti.Il Museo della Marina conserva una piccola ascia in bronzo rinvenuta sul Pizzo d’Evigno e poco altro ma importante, rinvenuto alla Marina alla base del crinale di Diano Castello. Si conoscono i siti dei castellari del crinale di Cervo, finora non indagati.Nell’attuale territorio comunale di Diano Castello le località Merea e Ville hanno fornito per ora limitati indicatori archeologici.
I reperti sono visibili nel Museo “LUCUS BORMANI” alla Marina.
Il periodo romano e tardo antico
La località S. Siro, situata nella valle del torrente S. Pietro o Evigno, ha finora restituito memorie sicure di età romano–imperiale, indagate archeologicamente dalla Dott.ssa Daniela Gandolfi.
Il sito, adiacente i resti della chiesa di S. Siro del periodo monastico benedettino longobardo del sec. VIII, è il solo visibile in tutto il Dianese. I reperti recuperati sono nel Museo Archeologico “LUCUS BORMANI” alla Marina.
Il sito di crinale di Oliva Borgara situato poco prima di Diano Castello, citato negli statuti del 1363, ha fornito reperti, non solo romani, che sono custoditi a Genova dalla Sovrintendenza Archeologica ed alla Marina nel locale museo, ma non visionabili.
Il sito di Bisosta sulla strada per Diano S. Pietro, citato negli statuti del 1363, non è mai stato indagato.
Gli insediamenti monastici
d’età longobardo-carolingia
Il periodo si appoggia storicamente sulla conferma nel 1033 di un privilegio concesso al monastero benedettino di S. Pietro in Ciel d’Oro
di Pavia, riguardante il possesso di una corte da parte dell’imperatore Corrado I.
È tratto da copia notarile del ‘500 e fu pubblicata nel sec. XVIII dal Muratori. Nei “Monumenta Germaniae Historica” però pubblica anche il testo della prima donazione del re longobardo Liutprando del sec. VIII, (11-11-714).
La presenza monastica benedettina, che ha nelle isole Gallinara e di Lérins in Francia le abbazie di riferimento, a prescindere dalla “curtis”, individuabile a Diano S. Pietro, sviluppa l’allevamento e le iniziative agricole, come l’avvio della coltivazione dell’ulivo.
Il territorio comunale di Diano Castello per il periodo comprende solo la località di S. Siro, santo patrono di Pavia. Esiste anche la citazione
tardo medievale di Jacopo da Varagine come S. Siro di Struppa.
Il Periodo Feudale – Dal sec. X al sec. XII
I marchesi di Clavesana tengono il feudo di Diano Castello fino al 1172, che molto ampio, comprende anche Porto Maurizio, Cervo e Andora.
A loro risale la prima formazione dell’attuale borgo, edificato e fortificato in posizione strategica lungo un percorso di crinale preesistente, come centro amministrativo del Dianese.
La posizione scelta per il controllo delle precedenti proprietà monastiche e a tutela dalle pretese egemoniche dei vescovi di Albenga e dai movimenti indipendentisti dei piccoli proprietari, poi confluiti nella lega della “Jura”.
Dopo il primo incastellamento assai limitato, posto sul luogo dove oggi si trova il Teatro Concordia, una semplice caminata e pochi locali di servizio con pozzo su lona, protetto da una palizzata, costruito sulla sommità del crinale, ampliano il borgo con un secondo anello di mura tra i sec. XI e XII, questa volta sbancando lo strato tenero pliocenico e proteggendolo con le pietre più solide ricavate dal flysch.
Un documento del 1123 attesta la donazione del vescovo Aldeberto di Albenga alla chiesa del Beato Nicola Da Bari di tutti i diritti delle chiese più antiche del Dianese e di Cervo.
Mentre si attesta la prima formazione della parrocchia, si evince il compromesso tra potere civile e religioso.
Siamo nel momento iniziale delle Crociate e si nota un primo aumento della popolazione.
Il pesante sforzo economico sostenuto e le pressioni locali dei maggiorenti inducono però i Clavesana, già alla fine del secolo, nel 1172 ca., a concedere con 3 carte di franchigia agli “homines” del “castrum” libertà e possesso del territorio, ma a pagamento.
Non è l’avvio di un libero comune, ma della “Communitas Diani” che spaziava sull’attuale comprensorio, comprendendo diverse ville.
Si ricordano i nomi di Otho Yudex (Ottone Giudice) e del Melegoso, consoli associati, come prime guide nella nuova organizzazione.
Subito si avvia l’alleanza con Genova e, grazie al contributo di una galea contro Pisa, in una delle tante battaglie presso Porto Pisano (1177),
contributo spontaneo ma interessato, il “castrum” riceve dai consoli di Genova ampia franchigia di ogni dazio sulle merci esportate.
Il Tardo Medioevo – Dal sec. XIII al sec. XV
L’archivio storico di Diano Castello conserva pochi documenti del periodo, mentre i più significativi sono a Genova, Torino, Parigi e altrove.
Soccorrono però i numerosi resti architettonici.
Si costruì un terzo anello di mura molto più ampio, corrispondente all’attuale planimetria di Diano Castello.
Questo testimonia un aumento considerevole della popolazione e un relativo benessere, dovuto alla conquista di Costantinopoli da parte dei Crociati, alla formazione del Regno latino, all’apertura di nuovi mercati sul mar Nero, specialmente di schiavi e altro ancora.
Nel “castrum” operano i famosi “magistri antelami“, scalpellini genovesi dotati di un proprio stile, presenti nel borgo dal ‘200 al ‘400 avanzato.
Si costruisce il S. Giovanni come “hospitium”, che poi diverrà chiesa cimiteriale, e nel primo ’300, forse al tempo della peste nera, l’ospedale vero e proprio.
Del ’200 sono le fontane del Melo e di Varcavello ed una fontana monumentale cittadina, i resti della quale, individuati togliendo l’intonaco, si possono vedere sotto il sagrato del S. Nicola.
Una statuetta marmorea del ’300 posta sull’ingresso occidentale del S. Nicola attuale, purtroppo rubata, documentata già in facciata (lo stesso posto in effetti) dell’edificio trecentesco, presentava S. Nicola (senza barba, frequente nell’iconografia antica tra ’300 e ’400) con il modello della nuova chiesa con facciata a salienti, cioè a tre navate.
Lo stile era gotico, simile a quello della chiesa dei SS. Giacomo e Filippo di Andora.
L’aumento di popolazione richiede l’ingrandimento della nuova parrocchiale, la precedente clavesanica era ad una navata.
Nel 1284 il castrum Diani, pur non partecipando direttamente alla battaglia della Meloria, concede il dovuto contributo di una galea armata a proprie spese ed allestita da un antenato di Simon Boccanegra, con contratto stipulato “ad apodixias”, cioè con garanzie.
La peste nera interrompe tanta floridezza nella prima metà del secolo successivo, ma la ripresa si avvia progressivamente, come attestano gli statuti del 1363, pur tra le divisioni politiche del tempo ed i contrasti d’Oltremare con Venezia ed altri.
A livello locale del primo ‘400 non si conosce ancora molto, ma pur condizionato dalle laceranti divisioni politiche genovesi e dalle tutele milanesi e francesi, trasmette un poco di tranquillità.
Le vicende belliche delle compagnie di ventura non sembrano aver riguardato il Dianese.
Forse si avvia la prima diffusione su vasta scala della coltivazione dell’ulivo, a discapito della vite e di parte dei pascoli.
Inizia la costruzione dei palazzi signorili di via Meloria e piazza Giudice, i primi edificati a ridosso delle mura del sec. XIII, di fatto nascondendole.
È il tempo influenzato dalle prediche di S. Bernardino da Siena, con la presenza del suo Cristogramma su bassorilievi in ardesia o dipinti.
Si conservano numerose pitture murali nell’Assunta, nel S. Giovanni, comprese le 200 tavolette del soffitto e nell’oratorio di S. Bernardino.
Interventi costosi che attestano un rinnovato benessere, ribadito nella lapide del podestà Antonio Grimaldi, il quale tra il 1472 e il 1482, date dei suoi due mandati, promuove la lastricatura di piazze, sagrati e della “via ripe a Castro” fino alla Marina.
L’archivio storico custodisce un centinaio di frustoli pergamenacei, che tra frammenti di antifonari, di parti del codice di diritto canonico, il “Breviarium aureum” di Guglielmo Durandi, glossari, due pagine del “De amore” di Andrea Cappellano, un frammento di trattato per la cura della peste ed altro, testimoniano la ricchezza culturale nel “castrum” del periodo.
Il sec. XVI
Il secolo non inizia favorevolmente per Diano, che nel 1508 subisce un saccheggio ottomano alla Marina, uno dei tanti effetti della precedente caduta di Costantinopoli del 1453.
È un secolo contraddittorio tra guerra nel Mediterraneo ed aumento del benessere per l’incremento del ricavato dell’olio, come è testimoniato dal Giustiniani nei suoi “Castigatissimi annali” (1537).
Il “castrum” si allea con Andrea Doria e Carlo V di Spagna, decidendo la fortificazione della Marina con due bastioni, uno alla foce del torrente S. Pietro, l’altro alla base di Capo Berta, quello detto del Cavo o di S. Elmo.
A Castello si fortifica la porta della Marina, a ridosso delle mura medievali del sec. XIII, con un altro bastione, del quale si erano perse le tracce e recentemente ritrovato per iniziativa del Sindaco e documentato nel riordinato archivio storico.
La scoperta dell’America nel 1492 provoca uno straordinario afflusso di argento dalla Spagna, fino all’inflazione. Ne conseguono l’aumento del benessere locale, l’ingrandimento dei palazzi signorili a ridosso delle mura del ’200 sottostanti via Meloria, l’acquisto di costosi polittici pittorici, che giustifica l’arrivo a Castello della famiglia di pittori di origine fiorentina De Rubeis.
Costoro avviano una bottega, che avrà fortuna per tutto il secolo.
Raffael, Giulio e Orazio, dal nonno al nipote, partecipano anche alla vita del parlamento locale fino al ’600.
Nel “castrum” si attivano le succursali genovesi degli uffici di Sanità per il timore di epidemie, di Abbondanza per garantire dalla carestie, di Guerra per le insidie di mare e di terra.
La Curia (il tribunale), guidata dal podestà genovese di nomina annuale, scelto dai Dianesi tra tutte le famiglie nobili di Genova in una trafila complessa fino anche al sorteggio finale, è attivissima con la collaborazione dei notai attuari, avvocati e jusperiti, impegnati sia nel civile che nel penale.
Si va dai processi per omicidio con impressionante condanna a morte, fino alle “accuse” di povere contadine analfabete, che si trovano la denuncia redatta in latino.
Quasi divertente l’accusa a un minore di pascolo della sua capretta in terreno altrui, nella forma “cum capra manducante” (mangiava le olive).
Dal 1577 al 1590 l’archivio storico documenta i lavori effettuati nel palazzo comunale per ottenere l’abitazione fissa del podestà, fino a quel tempo in affitto a carico della comunità.
Poco prima, nel 1573, viene costruita la torre dell’Alpicella per l’avvistamento dei corsari, inserita in un complesso di torri che arriverà a Portovenere, mantenuta con altre da un’avarìa, un tipo di tassa dal titolo “per la torre dell’isola di Albenga”.
Verso la fine del secolo i francescani, su invito, avviano la costruzione di un loro convento con annessa chiesa, abbellendola progressivamente di pitture (S. Maria degli Angeli).
Il secolo si conclude in modo preoccupante come era iniziato: i Doria cedono il loro feudo confinante di Oneglia ai Savoia.
Pochi anni dopo alcune famiglie nobili hanno la spudoratezza di redigere “Le Convenzioni dei Dianesi stipulate con i Genovesi” (1584), per ottenere il riconoscimento di esenzioni stipulate quattro secoli prima.
Il testo però è una raccolta di interessanti documenti storici.
Il sec. XVII
Il periodo si avvia nel torpore del benessere, occasione per il rinnovo degli statuti tra il 1621 e il 1622 (stampati nel 1623). I precedenti del 1363, con le successive “addende” del ’400 e del ’500, diventati confusi e di dubbia interpretazione sono aggiornati.
Nel 1625 però si giunge alla prima aggressione sabauda, presto rientrata. Del 1628 è invece la congiura Vacchero volta a rovesciare a Genova la Repubblica.
Scoperta da GianFrancesco Rodino di Diano Castello, capitano in Genova, permette la condanna dei colpevoli e la sua fortuna economica e politica.
Si occupa infatti delle “Nove Mura”, un nuovo anello di mura con fortezze intorno a Genova e poi, dal 1631, anche di quelle di Diano Castello.
È solo un rafforzamento ad est, a sud come protezione della porta della Marina, in sostituzione del bastione del 500, interrato perché minacciava di crollare, e a nord nel luogo oggi ricordato ancora come le guardiole.
All’azione del Rodino, fortemente contrastata da un Quaglia, segue l’intervento di due importanti funzionari genovesi, già Dogi, Bernardo Clavarezza e Giorgio Centurione, che riescono a convincere il parlamento del “castrum” ad imporre una tassa di contribuzione ai maggiori proprietari locali.
Decidono anche la fortificazione delle valli e dei crinali con piccole caseforti a controllo dei percorsi stradali e la sovrapposizione di feritoie ai campanili dell’Assunta di Diano Castello, di Diano Calderina e di Cervo (S. Caterina).
Durante il secolo la parrocchiale antica è sovraccaricata di altari, che insieme a quanto aggiunto nei secoli precedenti, compresa una cupola sul transetto e per l’instabilità del terreno, forse causato da una lona, finisce per collassare.
Nel 1699 se ne decide l’abbattimento e la ricostruzione con orientamento opposto alla precedente.
Il sec. XVIII
Il secolo vede la progressione continua dei lavori di costruzione e abbellimento della parrocchiale, riconsacrata nel 1717, ma proseguiti per molto tempo. Ai molti stucchi barocchi ed al crocifisso del Maragliano si aggiungono arredi precedenti di pregio come il dipinto di S. Nicola del Ramoino, pittore locale, il pulpito cinquecentesco e alcuni altari.
Della precedente chiesa si conservano in sacrestia un crocifisso del ’400 ed un capitello del ’200.
Molto interessanti sono le planimetrie di Diano e della Marina di Matteo Vinzoni, cartografo genovese, che nel suo “Atlante” rappresenta molto fedelmente lo stato dei nostri paesi prima del disastroso terremoto del 1887.
Lo dona nel 1773 al doge Grimaldi.
Il documento è assai importante, come si può comprendere, anche per le due Riviere.
Rapidamente i tempi cambiano e sopraggiunge la rivoluzione francese e quindi, a fine secolo, la Repubblica Ligure subentra alla repubblica aristocratica di Genova (1797).
Sono pochi anni, ma intensi e difficili, per i rivoluzionari subito aggrediti dai piemontesi di Oneglia.
L’invasione dura pochi giorni, perché Napoleone invia alcuni suoi militari che riprendono la marina e Porto Maurizio.
Diano Castello si rinchiude nelle sue mura, ma è costretta a togliere la coccarda rivoluzionaria quando in un notte sopraggiungono i piemontesi, rimasti però fuori.
In questo periodo iniziale un editto della Repubblica Ligure impone la rimozione degli stemmi nobiliari, salvo pagamento di un’imposta.
Gli aristocratici si trasferiscono altrove o voltano gabbana, rinunciando alla nobiltà per la nuova qualifica di “proprietari” curando più i loro interessi privati di quelli pubblici.
La nuova Repubblica Ligure, assediata da ogni parte in Europa, in quanto rivoluzionaria e antisistema, crollato l’apparato amministrativo genovese, è costretta ad imporre prestiti forzosi e alienazioni dirette di proprietà private, subendo il crollo di consensi e la conseguente crisi economica.
Il sec. XIX
È il secolo della decadenza per il “Castrum”, che da capitale della “Communitas Dianii” perde l’appoggio genovese, il potere economico, il decisionismo amministrativo e giudiziario. Tuttavia dal 1805 con l’Impero Napoleonico sembra subentrare una ripresa, che dura una decina d’anni fino alla definitiva sconfitta di Bonaparte. Le attuali strade carrozzabili sono realizzate allora e ampliate in seguito; si avviano iniziative agricole e marittime. I cimiteri spostati oltre i nuclei urbani.
A Diano Castello spicca nel periodo la figura di Agostino Bianchi, che ottiene riconoscimenti e onorificenze anche per la sua attività di agronomo dedicandosi a boschi, uliveti e vigneti. Si ricorda anche come storico e poeta arcade. Con il nuovo regime sabaudo è eletto primo sindaco di Diano Castello, ma non accetta in favore di Carlo Viale, che amministra bene per molti anni.
Il colera, il vaiolo e l’analfabetismo disgregano il tessuto sociale, la fillossera e la mosca dell’ulivo minano l’economia rurale causando l’emigrazione e lo spopolamento.
Solo l’arrivo di madre Leonarda Ranixe e l’erezione del grande convento delle Clarisse portano un certo conforto, almeno per l’educazione delle fanciulle e l’assistenza agli anziani e malati.
Si conserva l’antico ospedale trecentesco, già ampliato nel ‘500, edificio e iniziative che sopravvivono al terremoto tragico e devastante del 1887.
Va ricordata la presenza della ferrovia, di grande aiuto per il trasporto dei soccorsi e dei materiali.
Il sec. XX
Non si vive la “belle époque”, come in Francia, tanto che l’emigrazione continua non solo verso l’Argentina e gli Stati Uniti, ma anche verso la più vicina Costa Azzurra.
I documenti dell’archivio storico documentano queste tristezze, come le modeste iniziative per rilanciare l’agricoltura.
Mario Calvino, il padre del più noto Italo, istitusce una cattedra ambulante di agricoltura per insegnare ai contadini locali le tecniche di coltivazione della vite.
Ecco sopraggiungere la 1ª guerra mondiale, poi la tragica farsa del fascismo, le guerre coloniali e la 2ª guerra mondiale.
L’ammiraglio Leone Viale, protagonista della guerra italo-turca del 1911, è sepolto a Diano Castello, dove si conserva anche la villa di famiglia.
I Viale sono attestati a Diano Castello già nel ’500, quando un Agostino Viale è cassiere della “Communitas Diani”.
Nel sec. XIV la famiglia è presente anche a Cervo, ove tuttora si impone un palazzo dei secoli successivi, ma anche a Pieve di Teco e forse ad Albenga, ove un altro Augustinus Vialis esercita il notariato.
Rami della famiglia si diffondono a Ventimiglia ed a Imperia.
Il loro archivio privato, con quello di Diano Castello, è utilizzato da Gerolamo Rossi, archeologo e storico di Ventimiglia, per ricostruire la storia del Dianese.
I documenti sono custoditi negli archivi dell’Istituto di Studi Liguri a Bordighera, a Imperia e a Diano Castello.
Diano Castello conserva ancora importante memoria della lotta di liberazione dal nazifascismo.
Felice Cascione si rifugia in località Magaietto, non lontana dalla Madonna dei “Pursi”, organizzando una prima formazione partigiana.
Cascione, nome di battaglia “U megu” (il medico), è l’autore del celebre canto partigiano “Fischia il vento”.
Gli è stata conferita la medaglia d’oro alla memoria per la sua fine coraggiosa ed eroica.
Paolo Bernasconi (dal sito visit Diano Castello)
Il legame con i Grimaldi di Monaco
Il borgo di Diano Castello venne fatto edificare nel X secolo dai Marchesi Arduinici per difendersi dalle incursioni dei Saraceni e fu citato per la prima volta nel 1033.
Alla morte di Adelaide di Torino, passò al nipote Bonifacio del Vasto e poi ai suoi discendenti i Marchesi di Clavesana, i quali fecero edificare un primo maniero.
Nel 1177 il paese si affrancò dal loro dominio, per entrare nell’orbita della Repubblica di Genova. Nel 1228 i Clavesana cedettero a Genova i loro diritti su Diano, Taggia e Porto Maurizio.
Nel 1472 e nel 1482 Podestà di Diano fu Antonio Grimaldi.
Antonio, da specifiche ricerche risulta essere figlio di Marco Grimaldi, fratello di Luca, dal quale si originò il Ramo dei Grimaldi di Antibes, che salì al Trono monegasco nel 1458 con Lamberto Grimaldi, nipote di Luca.
Il legame tra Diano Castello e i Grimaldi si concretizza nel fatto che Antonio Grimaldi fu Podestà di Diano Castello nel 1472 e nel 1482. Suo padre era prozio di Lamberto Grimaldi, colui che nel 1458 divenne Signore di Monaco succedendo alla cugina Claudina, figlia di Catalano, Signore di
Monaco e di Bianca Del Carretto. Lamberto sposò Claudina nel 1465 ed essi sono gli antenati dell’attuale Principe Sovrano S.A.S. Alberto II.
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18013 Diano Castello (Im)